Maiô para uma sociedade à deriva

Swimsuit for an adrift society
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sabato 17 marzo 2012

Sul divano

"Oggi vorrei una prosa distesa, tranquilla, che dicesse le cose più serie nella forma più semplice. Una prosa che si sostenesse da sola, in cui io non intervenissi o non avessi altra presenza che quella del contemplativo che si riposa sulla riva del fiume e vede scorrere le acque." José Saramago


Nella piccola stanza l’odore è di caldo. Caldo di stufa a legna. Di quelle con tutti gli sportellini. Di quelle con tutti i cerchiolini sopra che possono essere tolti uno per uno.
Nella piccola stanza c’è tutto. La tavola, il frigorifero, il fornello, i mobiletti, la televisione, la radio, la macchina da cucire, il divano.

Il divano è il luogo più caldo della piccola stanza. Accanto alla stufa.
Ti ci puoi addormentare senza accorgertene, prima di cena.  Nel momento in cui ti addormenti  la sensazione è particolare. Dormi e sei sveglia. Senti le voci di tutti, senti il telegiornale, senti un caldo avvolgerti ovunque. Senti le gote diventare sempre più rosse. Di caldo.

Poi viene la sera. Della giornata trascorsa nella piccola stanza rimane il caldo.
Si apre una porta e senti il freddo. Sali le scale. Fredde. Le camere da letto. Fredde.
I letti sono già tutti occupati da questi personaggi di legno che chiamano “preti”. Si spostano al tuo arrivo. Erano lì per scaldarti il posto.

Ti infili sotto le coperte. Calde.  Ma le gote sono bianche. Fredde.
Quando ti portano via da quella casa è come se ti strappassero dal divano. Come se improvvisamente, senza neppure aprire la porta, ti trovassi sulle scale. Le tue gote rosse, in un attimo bianche.

Forse è lì che è rimasta la tua piccola anima. Addormentata nel caldo di quel divano.

sabato 10 marzo 2012

RADICI


La nonna nacque il 25 Ottobre del lontanissimo 1919.
A quattordici anni iniziò ad "emigrare" stagionalmente in Piemonte. A fare la mondina. Ricordo che mi cantava spesso dei motivetti che, lei e le colleghe di lavoro, si dilettavano a intonare con le gambe immerse nell'acqua e la schiena piegata. A quattordici anni (ripeto).
Eppure rammentava quegli anni di fatica adolescenziale con palpabile felicità sul viso.
Pur proclamandosi "comunista", raccontava con orgoglio di quella volta che il Duce andò a fare loro visita nella risaia.
Seduta al caldo, sulle sue ginocchia, potevi ascoltare Faccetta Nera o Bandiera Rossa, cantate con la stessa voce di italiana pulita.
Ricordo anche la tenerezza che provavo mentre lei, con dignità, poneva la sua firma da seconda elementare sui documenti, orgogliosa del suo "sapere", perchè altri, più sfortunati di lei, mettevano una croce. Sapeva a malapena leggere e conosceva un numero limitato di parole, ma conosceva la vita. Quella vissuta veramente. Ha vissuto grandi fratelli prigionieri lontani o morti in guerra e piccoli nipoti morti di malattia. Fatiche fisiche che noi consideriamo disumane e gioie semplici di contadina. Fame e condivisione. Paioli di marmellata bollente. Problemi di soldi, di figli e crescite di nipoti.
Non c'è animale commestibile che non abbia ucciso con le sue mani e cucinato. 
Ogni volta che compro un'insalata in busta o un misto per soffritto surgelato alzo gli occhi al cielo, sperando che sia distratta.
Era una persona ricca di semplice etica, ma so che a volte è andata contro i suoi principi, per una causa che si chiama generosità.
Non si può dire che la vita con lei sia stata lieve.
Quando sento la parola “sacrificio” penso a mia nonna, e mi chiedo se sia giusto sacrificare la propria vita per gli altri. Penso a quanto noi, in generale, non conosciamo il vero significato di questa parola. Di quanto spesso ci abbandoniamo al lamento inutile e alla paura, di quanto siamo bravi a guardare nelle case e nelle tasche altrui con frustrazione.
No, non credo sia giusto sacrificare la propria vita per gli altri (anche se in certi casi si è costretti a sacrificarne un pezzo) ma, sicuramente, in una società dove troppe persone "crollano" di fronte a disagi ben più modesti, penso che i racconti delle vite passate nella povertà reale, nella guerra vissuta sulla propria pelle, nella fatica autentica, siano utili. 
(Quando non ci sarà più chi ricorderà i colori e gli odori di queste vite, non verrà a mancare un grande tesoro?) 

Neppure la morte è stata lieve con lei. Un nemico della salute le ha tolto la dignità facendola tornare bambina e bisognosa. Io, schizzinosa come sono, l’ho baciata sulle labbra fino alla fine, mentre la imboccavo quando deglutiva semolino con i bocca due soli denti, perché prima dei suoi denti c’erano sempre tante, troppe priorità.
E’ morta il 18 Aprile del 1997. Pochi mesi prima che nascesse il suo pronipote. Mio figlio. 
Si narra che in una famiglia, prima che nasca un bambino, muoia un anziano. Per cedergli l’anima. Mi piace un po' credere che sia così.





                                           RADICI